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Celebrazione dei 40 anni del Servizio Sanitario Nazionale in presenza del Presidente Mattarella

1978-2018, 40 anni di Servizio Sanitario Nazionale: discorso del Ministro Grillo




Roma, 12 Dicembre 2018

Alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del Ministro della Salute, Giulia Grillo, il Ministero della Salute ha celebrato i 40 anni del Servizio Sanitario Nazionale con un evento presso l'Auditorium "Biagio D’Alba" il 12 dicembre.

Al centro dell'evento, le testimonianze dei protagonisti del SSN: Paola Arcadi, infermiera, Italo Paolini, medico, Fabio Bernagozzi, volontario del 118, Roberto Mezzina, Direttore del Dipartimento Salute Mentale ASL Trieste, Annarita Cosso, rappresentante Associazione Pazienti, Alberto Mantovani, ricercatore, Nunzia Verde, studentessa specializzanda.


L'intervento del Ministro Grillo

"È un grande onore essere qui con voi tutti per celebrare i 40 anni del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Grazie Presidente Mattarella a nome mio e di tutti gli Italiani per averci onorato della Sua presenza.

Per me è motivo di orgoglio aver riunito qui nel nostro ministero tutte le anime che compongono il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Ho ritenuto fosse doveroso ospitare qui, a casa nostra, le più alte cariche dello Stato per dare un segno di vicinanza agli oltre due milioni di cittadini che ogni giorno lavorano nelle corsie, negli ambulatori, nei presìdi sul territorio, nelle farmacie, nelle amministrazioni della sanità del nostro Paese, di tutto il Paese al servizio dei cittadini e della loro salute.

I nostri padri costituenti hanno scritto a chiare lettere nella carta costituzionale che quello alla salute è un diritto “fondamentale”. Solo così ogni cittadino può vivere nella certezza che la Repubblica tutela la Salute nel pieno rispetto della persona umana, nell’interesse della collettività e indipendentemente dalle condizioni sociali e di reddito.

Siamo qui per celebrare l’istituzione del nostro Servizio sanitario grazie alla legge 833 del 1978, firmata dalla prima donna Ministro della Repubblica, Tina Anselmi, che voglio oggi ricordare per il suo luminoso impegno. È anche grazie a questo impegno se oggi abbiamo il sistema sanitario, che è un organismo vivo, che si evolve ed è destinato a cambiare ancora per rispondere sempre meglio alle esigenze dei cittadini.

Oggi celebriamo un patrimonio di idee e di organizzazione, di lavoro e di strutture, di scienza, ma anche di umanità che dà corpo al nostro Sistema Sanitario Nazionale.

Un progetto che diventa reale ogni giorno, soltanto grazie al lavoro delle donne e degli uomini che lo rendono concreto ad ogni livello e che ne fanno la storia. A loro va il nostro GRAZIE!!!!

Nell’Italia delle mutue, migliaia di italiani, i più poveri, non avevano spesso accesso alle cure. Il paziente non era protagonista delle scelte di salute che lo riguardavano, ma per lo più passivo destinatario di indicazioni dirette dall’alto.

Tutto questo era destinato a mostrare i segni del tempo, in un’Italia che dopo aver consolidato un diffuso benessere economico voleva consolidare il sistema dei diritti.

Negli anni ‘70, i tempi erano ormai maturi perché anche il sistema dell’assistenza si dotasse di regole nuove, di una visione moderna e finalmente equa, attraverso un’organizzazione che attuasse pienamente i principi della Costituzione.

Al termine di un anno travagliato come il 1978, il Paese riuscì tuttavia a esprimere tre fondamentali leggi sanitarie, che dopo 40 anni sono ancora patrimonio sociale: la legge 180, la cosiddetta Legge Basaglia che permise la chiusura dei manicomi e la legge 194  sulla maternità che eliminò il dramma degli aborti clandestini.

L’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale diventa un punto d’arrivo quasi naturale per un Paese che chiedeva di entrare pienamente nella contemporaneità, ponendosi all’avanguardia nella difesa e valorizzazione dei diritti di cittadinanza.

Le legge 833 fu una rivoluzione, perché sancì la responsabilità pubblica della tutela della salute, l’universalità e l’equità di accesso ai servizi sanitari, una globalità di copertura in base ai livelli essenziali di assistenza, il finanziamento pubblico dei servizi attraverso la fiscalità generale, la titolarità dei diritti in tutto il territorio nazionale e la reciproca assistenza tra le regioni.

Oltre all’aspetto curativo e terapeutico, assunsero rilevanza la prevenzione e la riabilitazione.

Questa legge rese l'Italia un modello di civiltà e di avanguardia nelle politiche sanitarie e sociali in Europa e, lo affermo con molto orgoglio, in tutto il mondo. Oggi siamo chiamati a mantenere vivo lo spirito che originò questa grande riforma.

Il Ssn resta la più grande infrastruttura del nostro Paese, la più grande opera pubblica mai costruita. Ma come tutte le opere ha necessità di essere periodicamente ristrutturata. In 40 anni l’Italia è mutata profondamente.

È mutata la società, sono mutate le regole di convivenza civile, è mutata la sensibilità con cui ci approcciamo alle sfide di salute.

Oggi si vive di più. La qualità media dei nostri servizi assistenziali non è paragonabile a quella di 40 anni fa. La preparazione dei professionisti della salute è a livelli d’eccellenza che ci vengono riconosciuti in ambito internazionale.

La giornata di oggi deve rappresentare un’occasione per riflettere sulla contemporaneità del SSN e rilanciarne il messaggio di universalismo e coesione territoriale.

Perché oggi il problema non è spendere meno, ma spendere meglio. Mi piacerebbe che affrontassimo il tema della salute dei cittadini in termini di investimento per il futuro.

Il sistema salute rappresenta oltre l’11% dell’intero PIL, e quindi costituisce una grande opportunità per i cittadini e per lo sviluppo virtuoso del Paese.

Noi oggi abbiamo dovuto limitare le testimonianze per ragioni di organizzazione, ma le sette persone che hanno qui raccontato la propria storia, rappresentano gli oltre 2 milioni di persone che ogni giorno lavorano nella prima impresa del Paese, quella della salute. E a tutti loro va il nostro profondo ringraziamento.

Questo Governo e questo Ministero si sono impegnati ad apportare un cambiamento, teso a garantire un potenziamento e un ampliamento dei diritti di salute e a rendere possibile un nuovo paradigma capace di favorire l’accessibilità al SSN e migliorare la qualità e la sicurezza delle prestazioni.

Un accesso che deve essere equo, tempestivo e non eccessivamente oneroso.

Il Sistema Sanitario Nazionale ha dimostrato, dati alla mano, di poter reggere il confronto con quello di altri Paesi europei che, con una spesa maggiore, non riescono a garantire la stessa efficienza e il nostro universalismo.

Il successo o l’insuccesso sarà determinato esclusivamente dalla capacità di individuare un nuovo modello e rimediare alle storture oggi presenti, eliminando le dispersioni di denaro pubblico e soppesando attentamente quale sia la migliore qualità delle prestazioni per ogni livello di spesa.

Non possiamo permetterci sbagli né alcune debolezze del passato.

Abbiamo già iniziato a rivedere il modello della governance nel settore farmaceutico e quello dei dispositivi medici. Non è sufficiente.

Non agiremmo in modo corretto se ci limitassimo semplicemente a raccogliere il testimone che ci è stato consegnato. È nostro compito migliorare il Sistema Sanitario, con un visione per il futuro.

Possiamo fare questo innanzitutto puntando sui nostri giovani: il capitolo della formazione in ambito medico e sanitario è strettamente connesso al futuro del Servizio sanitario. Dobbiamo mettere in pratica ogni sforzo necessario, superando lo scontro politico, per dare prospettive al nostro Paese. Occorre trovare soluzioni pratiche in breve tempo.

Senza le nuove generazioni, il servizio sanitario non ha futuro.

Dal 2001, con la riforma del Titolo V, le Regioni hanno giocato un ruolo sempre più importante come motore della sanità italiana. Si è trattato di un percorso lungo e che ancora non può dirsi compiuto.

Dobbiamo lavorare insieme per sanare le intollerabili disparità tra diverse aree del Paese nell’accesso a trattamenti fondamentali.

Il divario di accesso soprattutto tra Regioni, ma anche all'interno di una stessa Regione, ci costringe a riconoscere come rimangano aree del Paese in cui i cittadini non sono ancora equamente tutelati. E questo non è tollerabile.

Lo Stato “determina i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. Il nuovo modello disegnato dall’articolo 117 della Costituzione ha spostato il centro di assunzione delle scelte organizzative e gestionali in una sede più vicina al cittadino e al territorio.

Questa straordinaria opportunità ha però anche enfatizzato le differenze tra le Regioni che hanno garantito un’efficiente amministrazione e quelle in cui, per un ritardo di partenza o per incapacità delle classi dirigenti, la qualità delle prestazioni è rimasta immutata o è peggiorata.

Ciò si è tradotto non soltanto in un’emigrazione sanitaria che in certi territori ha assunto caratteri allarmanti, ma nel rischio di una disgregazione del Sistema.

Oggi da parte di alcuni territori arriva forte la richiesta di maggiore autonomia, ma queste istanze devono necessariamente tener conto dell’assetto costituzionale esistente, i cui capisaldi sono rappresentati proprio dalla necessità di una tutela uniforme del diritto alla salute.

Questo giusto processo tuttavia, e lo voglio dire chiaramente, non può tradursi in un allentamento del vincolo solidaristico, senza il quale diverrebbe sempre più inarrestabile la deriva delle realtà più svantaggiate.

L’attuale equilibrio di poteri può essere rimesso in discussione, ma soltanto se alla fine consentirà di continuare a garantire un Sistema Sanitario autenticamente Nazionale, in cui ogni cittadino possa venire curato e assistito allo stesso modo, indipendentemente da dove egli viva.

La trasparenza e il merito sono armi già a disposizione delle amministrazioni per effettuare nomine nella sanità di alto livello morale e scientifico, che spingano sull’acceleratore del cambiamento.

Possiamo cambiare: i Governatori siano alleati del Ministero per vincere la battaglia della lotta alla corruzione, al malgoverno, per promuovere servizi migliori. Siamo dalla stessa parte, non importa con quale bandiera di riferimento, dobbiamo dare risposte ai cittadini e garantire la tenuta del sistema.

È una sfida ad alta complessità. Ma deve essere affrontata, senza protagonismi, con il concorso di tutti gli attori che oggi danno vita all’offerta sanitaria, sia a livello politico sia a livello gestionale.

Ancora una volta, come 40 anni fa, siamo chiamati tutti assieme a costruire il futuro del nostro sistema sanitario.

Mi piacerebbe che il prossimo patto della Salute fosse un patto di solidarietà per trovare soluzioni condivise e arginare le disparità territoriali.

Il Ministero sta facendo la sua parte, facilitando il dialogo tra gli interlocutori nei vari livelli.

Devono partecipare, in ottica di sussidiarietà, la Pubblica amministrazione, le Regioni, i Comuni, i sindacati, le associazioni di categoria, le associazioni, il privato-sociale, insieme a tutti i cittadini. Dobbiamo sentirci tutti protagonisti del futuro del prossimo Sistema sanitario nazionale.

Solo così la sanità potrà continuare a essere fiore all'occhiello del nostro Paese ed essere considerata un settore produttivo ad alto valore aggiunto per la nostra economia, valorizzando la ricerca, anche attraverso lo sviluppo competitivo di idee e brevetti e promuovendo la cultura scientifica.

Vi posso assicurare che non cederemo alla privatizzazione dei diritti fondamentali dei cittadini: universalismo, gratuità ed equità continueranno a essere la base del nostro sistema di cure.

Auguri al Servizio Sanitario Nazionale, auguri all’Italia che guarda al futuro senza tradire i propri principi fondanti che sono vivi nella nostra Costituzione e nel nostro cuore."

 


Le testimonianze dei protagonisti

Mi chiamo Paola Arcadi, sono un'infermiera e sono il Servizio sanitario Nazionale. 

Ho scelto questa professione quando ancora ero troppo giovane per comprendere la complessità del mondo in cui mi stavo affacciando e la ricchezza di umanità che la vita professionale mi avrebbe dato l'opportunità di incontrare. 

Un caso che si è trasformato in una scelta quotidiana, fin da quei primi anni nella corsia di un reparto di malattie infettive, passati poi accanto a chi lottava contro l’Alzheimer, una diagnosi che all’epoca era molto più che una sentenza, per poi rinnovarsi nel percorso di conoscenza della malattia e del mondo della residenzialità e cura degli anziani. Loro sono la mia seconda famiglia.

Oggi insegno all’Università queste cose alle nuove generazioni di infermieri, cercando di portare un contributo di sviluppo culturale e scientifico alla disciplina infermieristica che in questa importante occasione mi onoro di rappresentare.

I 440.000 infermieri italiani sono ovunque: nelle corsie ospedaliere, sul territorio, nelle case delle persone. Operano in una relazione privilegiata di prossimità con i cittadini che consente loro di coglierne le necessità. E questo perché siamo abituati a mettere insieme competenze tecniche, relazionali ed educative proprie di una funzione di garanzia e di advocacy che oggi è sempre più richiesta dal cittadino che non può essere lasciato solo davanti alla complessità del mutato quadro epidemiologico e di salute-malattia.

Un tempo non facile, certo, nel quale noi infermieri viviamo le insidie di un sistema che a volte fatica a sostenersi e di quel peso dell’aiuto non sempre ripagato da un riconoscimento formale e sostanziale. Un sistema che richiede invece un ripensamento dei paradigmi della cura affinché non perda il focus sulla centralità dei bisogni di salute delle persone, ancor prima che dei professionisti e delle Istituzioni.

Gli infermieri, da sempre, considerano la salute un tutt’uno, anche se si tratta di un caleidoscopio composto da molteplici dimensioni, innanzitutto quella umana.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha sempre più bisogno degli infermieri; ha bisogno di noi per l’assistenza, ha bisogno di noi per la nostra competenza in ambito di educazione all’autocura, anch’essa propria della nostra professione.

Oggi ogni professione del Ssn, medici, infermieri, tutte le altre 21 professioni iscritte agli albi, ma anche tutti i professionisti che si occupano della sanità, deve lavorare insieme alle altre e mai in contrapposizione. Ogni professionista sanitario è parte attiva del grande puzzle del SSN.

Siamo molto cambiati tutti noi. Oggi i nostri percorsi universitari sono garanzia di professionalità e di preparazione a vantaggio di tutto il sistema sanitario e dei pazienti.

Io sono infermiera, felice di esserlo e di dare il mio contributo questo grande Paese che ha bisogno di professionisti in grado di rispondere alle sfide della complessità per la salute dei nostri concittadini.


Sono Italo Paolini, sono medico di medicina generale e anch’io sono il Servizio sanitario nazionale.

Da 30 anni faccio il medico di Famiglia nel Piceno, nelle Marche.

Arquata del Tronto, il piccolo centro dove sono nato e risiedo, è stata devastata dal sisma del 24 agosto 2016 e dai successivi eventi tellurici, che hanno coinvolto tutto il Centro Italia e che è costata un carissimo prezzo in termini di vite umane. 

In quel frangente disastroso, sin dalle prime ore dopo il sisma, mi sono trovato a vivere personalmente e affrontare professionalmente situazioni di grande bisogno da parte della popolazione.

Ho avuto il privilegio di sentirmi parte di un sistema territoriale capace di reagire con tempestività, in cui ogni parte s’integrava al meglio con le altre per rispondere efficacemente e fornire il giusto sostegno a chi in quei giorni drammatici si sentiva smarrito e aveva bisogno non solo di cure mediche, ma anche di sentirsi accolto e ascoltato.

Un sistema, che fino a quel momento avevo anche a volte considerato inefficiente, all’improvviso in quelle condizioni estreme, è stato in grado di dare il meglio di sé.

Ecco quindi l’intervento delle strutture mobili di urgenza-emergenza, le eliambulanze, la risposta di tutti gli ospedali, le figure della salute mentale (psicologi-psichiatri), la medicina di famiglia, gli infermieri territoriali e ospedalieri, i direttori di distretto, le direzioni generali, le residenze sanitarie sono riuscite a coordinarsi nella risposta del Servizio sanitario regionale e nazionale.

Il territorio ha risposto come forse non riusciamo a immaginare quando le cose vanno bene.

Come medico di famiglia ho cercato di fare la mia parte, da subito, in una situazione in cui i miei concittadini avevano perso ogni punto di riferimento.

Quando anziani, malati, famiglie con disabili, fuggono da casa non riescono a portarsi dietro non solo i farmaci, ma anche i dati sanitari. Molti avevano lasciato a casa i medicinali salvavita.

Cogliere le necessità di una popolazione che si conosce profondamente grazie ad un rapporto professionale pluriennale, e partecipare alla risposta variabile in base alle esigenze di ognuno è stato il mio impegno e quello di tutte le figure professionali di volta in volte interessate.

Molti colleghi, medici di famiglia, mi hanno consentito, volontariamente e gratuitamente, di estendere la risposta delle cure primarie tutto il giorno, tutti i giorni per un lungo periodo. Abbiamo fatto rete ed è stata, oltreché appagante in termini umani, la dimostrazione che noi medici possiamo interagire e lavorare al meglio, a maggior ragione anche nella routine, quando non ci sono terremoti a farci correre.

Il nostro SSN è tra i migliori al mondo. Con una similitudine, lo paragono alla salute delle persone. Noi diamo per scontato lo stare bene e comprendiamo l’importanza dello stato di salute solo quando, purtroppo, ci troviamo ad affrontare malattie e problemi.

Lo stesso vale per il nostro SSN: ci rendiamo conto della qualità e della sua importanza solo quando ci manca, magari perché ci troviamo all’estero in paesi che non offrono lo stesso livello di assistenza o lo offrono a caro prezzo.

Mantenere compatibilità economica, qualità e caratteristiche a fronte dell’aumento di vita media e delle patologie croniche è la difficile sfida che attende tutte le componenti del sistema.

I medici sono pronti ad affrontarla con la necessità, inderogabile, di essere messi in condizione di farlo.

Sentirsi parte di un sistema efficiente, che crede nei suoi professionisti, potenzia, inevitabilmente, l’efficienza di ognuno. Questo vogliono i medici nel primario interesse della popolazione.


Sono Fabio Bernagozzi, sono volontario del 118 e anch’io sono il Servizio Sanitario nazionale.

La mia esperienza nel volontariato è iniziata sei anni fa, quando alla fine del liceo, con la scelta della Facoltà di Medicina, si sono aperte le porte della vita adulta.

Volevo divenire rapidamente parte attiva della società; questo si scontrava in parte con i numerosi anni di università, che sembravano una montagna altissima da scalare, prima di poter arrivare nel mondo del lavoro.

Ho trovato nel volontariato quella via che mi ha permesso un avvicinamento al contesto sanitario, già da tempo di mio grande interesse, e che soprattutto mi ha consentito di interfacciarmi con un’attività differente da quella dello studio, e che oggi, da neolaureato in Medicina e chirurgia, posso dire, mi ha insegnato tanto.

La parola volontariato sottolinea un presupposto: quello di “volontà”.

Volontà intesa come facoltà propria dell’uomo di tendere con decisione e piena autonomia alla realizzazione di fini determinati, ma anche di volontarietà di fare qualcosa per la pura volontà di farlo.

 Volontà è dunque VOLER FARE; queste due parole sono, a mio avviso, i capisaldi del volontariato: prima di tutto il “Volere”, perché tutto nasce da una profonda spinta motivazionale, un desiderio.

È questo che rende grande l’opera di un volontario, poiché l’impulso nasce dalla sua scelta, senza alcuna imposizione, e la possibilità di scegliere rimane quest’oggi un diritto inviolabile, quel nucleo che rende l’opera davvero significativa. Nella scelta di aiutare, ognuno a modo suo e con i propri mezzi a disposizione, vi è un intrinseco interesse per le persone, per il bene comune. Con una passione e una forza che possono mancare nello svolgimento di una professione.

Spesso associamo, sbagliando, il termine volontariato a “mancanza di retribuzione”, lavoro gratuito, o magari, “sfruttamento”.

In realtà la “volontà di fare” che è alla base delle azioni di volontariato trova, infatti, lauto compenso nell’arricchimento spirituale, emotivo, relazionale e una profonda soddisfazione personale nell’aver contribuito alla soluzione di un problema.

Il secondo pilastro del volontariato è il “fare”, poiché il volontario vuole rendersi utile, prestare la propria assistenza, vuole agire.

Ciò identifica tutti i volontari come parte attiva della società, non dei semplici tappabuchi volti a fornire una copertura laddove altri non arrivano.

Ecco che il volontariato diventa uno dei tanti mattoni su cui si fonda il nostro Servizio Sanitario Nazionale, e non lo stucco per coprirne le crepe.

Il volontario non si limita a voler dare un aiuto a chi ha bisogno, ma si prefigge anche l’obiettivo di stimolare altri ad aiutare; questa è la sua grande forza, poiché chi viene aiutato con passione e altruismo, sarà più propenso, a sua volta, a prestare il proprio sostegno al prossimo, forte dell’esempio che gli è stato dato.

In un mondo sempre più proteso ad alzare muri, a escludere gli ultimi, dove conta solo il profitto, e chi lo genera e lo accumula, il volontariato e dunque ogni singolo volontario diventa un fondamentale strumento per guardare al futuro, custodendo i valori di libertà, altruismo e cooperazione.

Io lavoro per il 118, e guardo ogni giorno la disperazione, ma anche le risorse generate dalle difficoltà in tutte le persone.


Mi chiamo Roberto Mezzina, sono uno psichiatra e dirigo il Dipartimento di Salute mentale di Trieste. Anch’io sono il Servizio sanitario nazionale.

Sono un medico che non indossa un camice. C’è per questo una ragione ben precisa. Il camice era stato nei manicomi l’abito di scena di una psichiatria disumana, che si fingeva scienza per esercitare un potere che la società le aveva delegato. Il potere di controllare, rinchiudere gli esseri umani sofferenti che le venivano consegnati. Una legge règia del 1904 definiva le ragioni del ricovero: pericolosità per sé e per gli altri e pubblico scandalo.

Se il camice era la divisa del medico e dell’infermiere - per quest’ultimo corredato di un grosso mazzo di chiavi - il pigiama grigio era quella del degente, che si aggirava per il salone del reparto con un sacchetto contenente pochi effetti personali e la sua roba sporca da consegnare alla famiglia. Da essi non si separava mai, era quello che gli restava.

Le donne potevano perdere i figli, i matrimoni potevano essere annullati, le eredità non si ricevevano, la firma non valeva più, le persone semplicemente non esistevano più. Erano corpi da lavare con una pompa d’acqua dentro docce senza getto.

Centomila uomini e donne erano internati nei manicomi italiani, la maggioranza di essi a vita, quando Franco Basaglia iniziò il suo lavoro a Gorizia nel 1961, e poi a Trieste un decennio più tardi. Il suo lavoro restituì voce, diritti, identità, cittadinanza e soprattutto libertà alle persone sofferenti di disturbi psichiatrici, e ispirò la riforma sanitaria in toto, che veniva anticipata pochi mesi prima nello stesso anno dalla legge 180, poi inclusa nel testo della legge 833.

Nello stabilire il diritto alla salute attraverso un sistema universale, essa affonda le sue radici in ciò che la Costituzione italiana del 1948 aveva previsto: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come individuo che nelle formazioni sociali in cui si dispiega la sua personalità " (art. 2 Cost.); e ancora: "Nessun trattamento sanitario può essere obbligatorio se non per legge. Pratiche lesive della dignità umana non sono consentite" (art. 32 Cost.).

Ho iniziato a lavorare unendomi al lavoro del gruppo di Basaglia a Trieste pochi giorni dopo la mia laurea in Medicina, due mesi dopo la promulgazione della legge 180, arrivandovi dalla mia Puglia per inseguire il sogno di una medicina che guarda all’uomo sofferente.

Ho scoperto allora che non vi sono soltanto malattie da diagnosticare e pazienti da trattare, ma persone, in carne ed ossa, con la loro storia.

Norberto Bobbio ha definito la legge 180 un provvedimento che trasforma la società, ispirata al valore fondamentale della libertà, della liberazione anche di coloro che nella storia dell’umanità sono stati considerati “non avere il diritto di essere liberati”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, afferma che “non c’è salute senza salute mentale”.

Oggi l’Italia, tuttavia, sembra ritenere di aver assolto a questo compito con la chiusura definitiva dei manicomi nel 1999 e la chiusura degli ospedali giudiziari (Opg) nel 2017 e l’apertura delle Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), non sembra esserci più spazio per politiche e pratiche che portino a compimento quella grande stagione di riforma, che pure sarebbero necessarie.

Nonostante ulteriori risoluzioni del Comitato di Bioetica, la contenzione fisica resta pratica comune, pur ledendo i diritti stabiliti dalla Convenzione delle persone con Disabilità delle Nazioni Unite. Di questa pratica il rapporto finale della Commissione parlamentare sullo Stato del Ssn, adottato nel 2013, ha auspicato la fine, insieme con lo sviluppo di Centri di Salute Mentale aperti 24 ore e progetti personalizzati su tutto il territorio nazionale, che a Trieste, modello internazionale per l’OMS, si sono inverati in un sistema a libero accesso, a porte aperte dovunque e con un deciso “no alla contenzione” esteso anche alla medicina generale.

La straordinaria esperienza di Basaglia a Trieste ha mostrato come le istituzioni totali e i saperi che le giustificano siano inevitabilmente basate sulla violazione sistematica dei diritti umani e sulla negazione delle libertà fondamentali.

La parola dignità risuona oggi nelle convenzioni e nei trattati internazionali che proteggono questi diritti.

La chiusura dei manicomi che la legge 180, ha reso possibile il ritorno delle persone al diritto primigenio, quello di avere una vita degna di essere vissuta.


Sono Anna Rita Cosso, e sono qui perché mi occupo di diritti dei cittadini. Sono attivista civica, una paziente potenziale e, dunque, anch’io sono il Servizio sanitario.

Oggi celebriamo il Servizio sanitario nazionale, una grande conquista.

È anche il cammino di donne e uomini che in questi 40 anni si sono trasformati da oggetti passivi a soggetti attivi; da numeri a individui; da malati a promotori di salute; da utenti a persone; da associazioni di pazienti a organizzazioni che operano per la tutela del bene comune.

Il Servizio Sanitario Nazionale è stato considerato, da noi attivisti civici, un bene comune fondamentale, al pari dell’ambiente e dell’educazione, di cui ci siamo presi cura e per il quale abbiamo speso tante energie, mai in contrapposizione, ma sempre in collaborazione con chi era incaricato di programmarlo, gestirlo, organizzarlo, mantenerlo.

Io ricordo, perché c’ero, la proclamazione della prima Carta dei Diritti del Malato in Piazza del Campidoglio a Roma, poco dopo la nascita del Servizio Sanitario Nazionale.

In quell’occasione risuonò alta la voce di una mamma che aveva perso la figlia per una grave malattia e che durante il periodo della degenza non aveva potuto assistere la bambina in ospedale, perché allora le normative e i regolamenti non lo consentivano.

Quella donna, raccontandoci una storia a quei tempi ordinaria di disorganizzazione, disagio, dolore inutile, pronunciò la frase che poi ha per sempre  motivato l’impegno di ciascuno di noi in questi 40 anni:

Perché non accada agli altri quello che è accaduto a me”.

Noi donne e uomini d’Italia; noi sani e malati; noi impegnati ogni giorno non solo nella tutela dei singoli pazienti, ma nel garantire il diritto all’accesso ai servizi di  prevenzione e cura per ogni persona, in ogni parte  d’Italia,  nelle città come nelle aree interne, al centro come nelle periferie, noi siamo qui perché sentiamo nostro e condividiamo l’impegno quotidiano di tanti operatori dello Stato e delle amministrazioni locali.

E anche oggi, nel nostro ruolo di segnalatori di carenze e disservizi, lo facciamo nella consapevolezza che l’alternativa non sia meno servizio pubblico, ma più servizio pubblico, più prevenzione, più salute.

A motivarci e sostenerci è un attivismo civico che è linfa vitale della nostra società, che è cresciuto inesorabilmente in questi 40 anni nell’azione di centinaia di associazioni di malati, di migliaia di organismi e comitati a tutela della  salute,  di tante organizzazioni che hanno sperimentato e prodotto, “la forza riformatrice della cittadinanza attiva”.


Sono Alberto Mantovani, sono un medico, un oncologo, mi sono sempre occupato di immunologia e dunque anch’io sono il Servizio sanitario nazionale.

Oggi sono direttore Scientifico di Humanitas, che è parte integrante del nostro SSN.  Le mie riflessioni useranno queste mie radici come spunto per considerazioni che hanno tre parole chiave:

−       Miracolo Italiano;

−       Ricerca;

−       Condivisione.

Miracolo Italiano. Il Servizio sanitario nazionale è un vero e proprio miracolo Italiano, un miracolo di salute e di salute condivisa. Voglio ricordare i dati relativi alla lotta contro il cancro, che illustrano bene, io credo, questo vero e proprio miracolo Italiano.

I pazienti con cancro ne nostro Paese hanno una sopravvivenza superiore alla media europea. Se facciamo il confronto con il Nord Europa, dove per la salute si spende molto di più che da noi (Germania, Paesi Scandinavi), la sopravvivenza assicurata ai nostri pazienti è uguale o superiore. Com’è possibile? Dirà qualcuno.

Alla radice di questo miracolo italiano c’è proprio il Servizio Sanitario Nazionale, la dedizione dei medici, degli infermieri e del personale tutto, c’è la ricerca scientifica sostenuta da soggetti pubblici e privati. Tra gli attori pubblici, il Ministero della Salute, è rimasto l’unico a sostenere la ricerca biomedica. Tra gli attori privati, c’è l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro e istituzioni come quella cui appartengo, soggetti privati ma al servizio dell’interesse pubblico.

I dati ci dicono che dove si fa ricerca si cura meglio.  Ebbene il Servizio Sanitario Nazionale è il luogo che ha catalizzato queste interazioni virtuose che sono alla radice di questo Miracolo Italiano.

Tenere vivo e far crescere questo grande modello rappresenta una delle sfide che abbiamo davanti.

Ricerca. La ricerca scientifica non può non essere parte del sistema di salute.

Ricerca come dimensione culturale, come possibilità di sviluppo e accesso alle cure innovative, ricerca per assicurare la sostenibilità di terapie nuove e costose in un orizzonte di Medicina Personalizzata, ricerca come speranza per i nostri pazienti. Ricerca come dimensione di speranza per i nostri giovani.

Ricerca, dunque, come seconda sfida che abbiamo davanti.

Condivisione. Non possiamo non essere allarmati dai dati delle differenze fra Nord e Sud in tema di salute e in particolare di sopravvivenza dei malati di cancro.

Al sud ci si ammala di meno di tumori ma per chi si ammala c’è meno possibilità di sopravvivenza. Lo dicono le statistiche che ogni anno fanno il quadro della situazione (Registri tumori, Aiom ecc). Si tratta di una diseguaglianza di cui dobbiamo farci carico insieme, pubblico e privato al servizio del pubblico.  Ancora, in tema di condivisione, mi piace ricordare come persone e istituzioni appartenenti al SSN siano attivamente impegnati in attività di salute globale, in uno spirito di condivisione intrinseco al SSN.

Penso ad esempio in questo momento ai medici e ai ricercatori e ai professionisti sanitari del Bambino Gesù di Roma, del San Gerardo di Monza, di Humanitas, e di altri ospedali, che trascorrono le loro vacanze a lavorare in Africa o America Latina, portando salute e cultura “made in Italy”.

Penso anche alle iniziative di salute globale cui ho partecipato rappresentando il nostro Paese e questa visione solidaristica che ha le sue radici nel SSN. La condivisione costituisce dunque la terza dimensione della sfida che abbiamo davanti.

Sono profondamente convinto che il Paese esprima un patrimonio di intelligenza e passione, cuore e cervello, per affrontare queste e altre sfide che abbiamo davanti e assicurare innovazione, condivisione e accesso alla prevenzione e alle cure.

Dobbiamo evolvere per continuare a essere in grado di mantenere vivo il Miracolo italiano della salute.


Sono Nunzia Verde, medico specializzando all’ultimo anno di Endocrinologia, anch’io sono il Servizio Sanitario nazionale.

Sono di Napoli, dove mi sono laureata, ora sono specializzanda in formazione esterna al Careggi di Firenze.

Oggi celebriamo i 40 anni del Sistema Sanitario Nazionale, un grande modello, eppure in Italia esistono ancora forti differenze territoriali tra le varie Regioni.

Differenze che non si riflettono solo sul piano sanitario, ma anche quello formativo. Lo specializzando dovrebbe conseguire il titolo di specialista, raggiungendo lo stesso livello di preparazione indipendentemente dal posto in cui si è formato.

Ma così non è, perché nonostante la standardizzazione nazionale delle competenze, la formazione specialistica è ancora in gran parte legata alla Regione in cui ci si forma e si lavora.

In Italia ogni anno 10mila medici laureati finiscono nel cosiddetto “imbuto formativo” non riescono cioè a entrare le nelle scuole di Specialità e quindi a completare la formazione obbligatoria per entrare nel Ssn. Moltissimi rinunciano e si trasferiscono all’estero dove la loro formazione, spesso, è maggiormente valorizzata che da noi. Altri si accontentano di accettare lavori poco remunerati, magari nel privato, per avere una minima indipendenza economica. Senza poter vedere realizzati i sogni professionali per i quali hanno speso i migliori anni della loro giovinezza.

Mi guardo intorno e vedo che tutti parlano dei giovani, ma pochi trovano soluzioni per una valorizzazione effettiva nel mondo del lavoro.

Ogni tanto arrivano proposte, leggiamo di idee per risolvere la situazione, ma non si concretizza mai nulla.

Mi rivolgo a lei, ministro Giulia Grillo, che è un’eminente esponente di Governo, ma è anche una donna giovane e medico come me, Le chiedo come specializzanda che riusciate a lavorare per una modifica strutturale che possa consentire ai giovani colleghi di uscire da questo “limbo” tra “color che son sospesi”, diceva Dante, e di trovare il modo per consentire a noi specialisti di poter accedere in maniera diretta dalla formazione al lavoro nel Servizio sanitario.

Senza regole aggiornate, il sistema non potrà reggere a lungo.

I diritti sociali promossi dalla nostra Costituzione, e cioè: diritto all’istruzione, diritto al lavoro e diritto alla salute sono finalizzati a rimuovere quegli ostacoli che impediscono la realizzazione del principio di uguaglianza, al di là dell’estrazione sociale e della condizione economica di provenienza.

La carta costituzionale è la stella polare che ha permesso a questo nostro servizio sanitario di crescere e di celebrare il traguardo dei 40 anni.

Come medico vorrei lavorare nel nostro Ssn e vorrei che riuscissero a lavorare tutti i colleghi che lo desiderano e che hanno titolo per farlo. E perché ciò accada è necessario semplificare le regole e garantire contemporaneamente lo stesso diritto e qualità di formazione indipendentemente dalla Regione di appartenenza. Il futuro del Servizio sanitario siamo noi giovani professionisti sanitari appassionati e tenaci. Lavoriamo oggi per garantire un domani alla sanità pubblica del Paese.

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   Mercoledì 12 dicembre 2018